Home

Lo guardo ogni sera. Non potrei più farne a meno. Sto parlando del mitico programma che va in onda ogni sera a partire dalle 18.50 su Canale 5, Avanti un altro. Sarà la spontanea simpatia di Bonolis, a cui sono legata fin da quando ero piccola; saranno gli interventi della sua immancabile spalla destra Luca Laurenti; saranno gli stravaganti personaggi del minimondo. Insomma, Avanti un altro è un immancabile appuntamento a cui partecipo sempre con molto piacere, che mi tiene compagnia in questi freddi giorni d’inverno.

È unico nel suo genere. Mi piace come sia un programma molto vario, che non annoia come molti altri quiz, ormai stereotipati. In ogni puntata, infatti, le categorie di domande sono diverse (così come le difficoltà che esse implicano), e spaziano in tutto il campo della conoscenza. Gli argomenti scelti sono interessanti, per cui anche il pubblico a casa si sente partecipe del gioco.

E ora valutiamo un altro importante aspetto che rende Avanti un altro unico nel suo genere: la musica, che accompagna molto spesso il titolo di ogni categoria. Ma oltre a ciò, Laurenti è sempre pronto a cantare una cover di grandi pezzi musicali, molto spesso tratti da celebri film americani, o a ballare con qualche divertente personaggio del pubblico sulle note melodiose scelte per lui. Il suo compito, però, non è finito qui. Anche lui rivolge una domanda ai concorrenti in ogni puntata, e riguarda una notizia molto particolare, tratta da alcune testate o telegiornali, a cui i concorrenti devono scegliere il finale corretto tra i due proposti. Essendo lui parte del “minimondo”, dà la possibilità al concorrente di cambiare la somma di denaro scelta casualmente tra i “pidicozzi” disposti su una roulette. Ma anche l’entrata della dottoressa (Maria Mazza) e del suo paziente, che rivolgono domande di carattere medico, o quella dell’elegante supplente (Claudia Ruggeri), sempre pronta a sfornare quesiti di argomento scolastico, concedono lo stesso privilegio. E che dire dei due cantanti cinesi? La loro simpatia è sempre molto gradita al pubblico che, insieme al concorrente, cerca di indovinare quale celebre colonna sonora sia stata interpretata in lingua cinese! Non può poi mancare lo stravagante scienziato che mostra al concorrente un oggetto, chiedendogli se galleggia o meno e verificando la correttezza della risposta con un vero e proprio esperimento pratico. E il mimo? L’eleganza de le petit omette (Simone Barbato) è un elemento a cui i telespettatori di Avanti un altro non saprebbero rinunciare. E ora arriva il tasto dolente, l’alieno! Leonardo Tricarico, infatti, interpreta quasi tutte le sere uno strano alieno proveniente dal pianeta Domopack, che rivolge domande riguardanti film o eventi che interessano il mondo degli ufo. È impossibile non riconoscerlo: i suoi tre grandi denti lo rendono unico nel suo genere, insieme, ovviamente, alla lettura storpiata delle domande, interrotta dal pazientissimo Paolo Bonolis con le sue puntigliose correzioni. E infine non possono mancare il bonus e la bonas, rispettivamente Daniel Nilsson e Paola Lucia Caruso che, attraverso un piacevole massaggio alle spalle dei concorrenti, danno la possibilità di raddoppiare la cifra pescata dal “pidicozzo”.

Dopo aver ottenuto molti ascolti, Avanti un altro andrà in onda fino a Marzo, per la gioia dei telespettatori! E oggi colgo l’occasione per invitarvi tutti ad accendere il televisore alle 18.50, godervi la speciale puntata domenicale e… fare i complimenti a tutti coloro che contribuiscono al successo del programma, in primis Marco Salvati, Carla Giuliano e Stefano Jurgens.

1CAFFè

Si dice che il Natale sia un motivo in più per fare un’opera di bene. Avrei dovuto scrivere quest’articolo prima delle feste, forse. Ma non è mai troppo tardi, perché, come direbbe il vecchio saggio, ogni giorno è Natale. Per cui voglio proporvi l’associazione Onlus 1 caffè, nata da un gruppo di volontari, tra cui lo stesso Luca Argentero, insieme a sua sorella Francesca. Lo staff dà la possibilità di effettuare delle piccole donazioni benefiche attraverso Internet: ottimo modo, devo dire, di far uso della rete e dei molteplici orizzonti su cui essa spazia.

Ho scoperto da non molto quest’associazione. La prima volta in cui ne sono venuta a conoscenza, sono stata colpita in particolar modo dal nome, 1 caffè, che mi ha subito spinto a fare ricerche per capire cosa potesse avere in comune il caffè con un’associazione Onlus. Per cui vi riporto qui sotto la citazione di Luciano De Crescenzo sulla quale si basa l’intero operato dello staff:

Una volta a Napoli, nel quartiere Sanità, quando uno era allegro, perché qualcosa gli era andata bene, invece di pagare un caffè ne pagava due e lasciava il secondo caffè, quello già pagato, per il prossimo cliente. Il gesto si chiamava “il caffè sospeso”. Poi, di tanto in tanto si affacciava un povero per chiedere se c’era un “sospeso”. Era un modo come un altro per offrire un caffè all’umanità.

Insomma, quello dell’offrire il caffè è un gesto eterno, comune, quotidiano e sempre molto gradito. Così quest’associazione mira a far comprendere come un piccolo atto, compiuto ogni mattina, possa essere in realtà di vitale importanza per qualcun altro.

L’associazione è sempre molto disponibile nei confronti di chi è interessato o ha dubbi a proposito delle donazioni. Anche il sito web (1caffe.org) dispone di una grafica essenziale, ma molto curata. Non mancano i contatti per tenersi sempre aggiornati.

Azzeccata anche l’ultima iniziativa organizzata, conclusa da parecchi giorni: lo staff ha indetto un contest fotografico in cui i migliori scatti raffiguranti tazzine, caffettiere e co., inviati per e-mail, o pubblicati sulla pagina Facebook o su Twitter, saranno premiati attraverso la pubblicazione sul calendario del prossimo anno firmato 1 caffè. I risultati verranno comunicati a breve.

Vi lascio qui le coordinate per tenersi sempre informati con 1 caffè!

Sito web: 1caffe.org
Pagina Facebook: facebook.com/1caffe
Twitter: @1caffe
e-mail: info@1caffe.org

CAFF

Lezioni di cioccolato

2 settembre 2012

Una serata uggiosa come quella di oggi è l’ideale per spaparanzarsi sul letto a guardare un bel film.

Mi avevano consigliato Lezioni di cioccolato, diretto da Claudio Cupellini, e ne ho subito approfittato.

Mattia (Luca Argentero) è un giovane geometra di trentadue anni che conosce, presso un circolo di golf, un distinto signore, Ugolini (Ivano Marescotti), al quale promette la ristrutturazione del suo casale a un modico prezzo, alquanto inferiore rispetto a quelli che gli erano stati proposti. Per far ciò, tuttavia, il povero Mattia si affida al lavoro nero, evitando così “sprechi” di denaro per la costruzione di tutti gli impianti che assicurino la tutela degli operai. Uno di loro, Kamal (Hassan Shapi), di origini egiziane, cade accidentalmente dal tetto, in cui stava portando avanti il suo lavoro, e rimane infermo. Mattia ha paura che il suo dipendente possa denunciarlo alla polizia. È per questo che decide di assecondare Kamal: partecipa così, al suo posto, spacciandosi per lui, ad un importante corso di cioccolato, per insegnargli poi la preparazione di ottimi cioccolatini. Mattia è così occupato sia dall’attività di cucina che da quella di geometra, e davvero inizia a stressarsi. Tutto questo non basta: Cecilia (Violante Placido), si innamora di lui tra zucchero e chicchi di cacao, nell’accogliente cucina della Perugina. Queste distrazioni non giovano di certo al povero Kamal/Mattia che deve, invece, puntare a un solo obiettivo: vincere il concorso finale per assicurarsi un bel montepremi con cui aprire una cioccolateria.

Il film è spassoso e divertente: la trama è piuttosto lineare, il finale non troppo scontato. L’aspetto che più mi è piaciuto è l’arricchimento che offre allo spettatore: il bravissimo Hassan Shapi, interpretando la parte di un egiziano poco più che quarantenne, trasmette al meglio i valori tipici della sua cultura, facendo uso di numerosi proverbi per spiegare i fatti di vita quotidiana.

La bravura di Luca Argentero, nell’interpretare un personaggio di una cultura differente, e la coinvolgente spontaneità di Hassan Shapi sono gli ingredienti di questo film bello e dolce come… il cioccolato!

Senza perdermi in tanti preamboli, voglio subito giungere al nocciolo della questione: Somebody that I used to know di Gotye featuring Kimbra. Questo singolo ha scalato le classifiche di numerosi Paesi nel mondo e, in Italia, si è classificato anche al primo posto. L’ingrediente magico non è solo l’orecchiabilità, che emerge soprattutto nel ritornello, ma anche nella sorprendente capacità del cantante di esprimere, attraverso la sua voce, quello che la canzone vuole comunicare: canzone scritta da egli stesso in cui, in poche parole, si riassume una vicenda amorosa senza lieto fine. Scritta in prima persona, la canzone, lungi dall’essere una ballata strappalacrime, tocca argomenti come il pentimento, il risentimento e la separazione della coppia.

Devo riconoscere che anche il video ha giocato un ruolo importante nel successo del singolo. Molto statico, è un omaggio al bodypainting: Gotye, completamente nudo, viene ricoperto di tanti scacchi colorati, realizzati da una mano invisibile. Poi, nel momento in cui Kimbra è chiamata a cantare, anche lei assume le tonalità del suo partner, diventando un tutt’uno con lo sfondo. Ciò avviene nel momento in cui esprime la sua rabbia rivolgendosi all’impassibile compagno che, nonostante sembra provare dolore, tende a non manifestare questo sentimento e, come si dice, a “tirare dritto a testa alta”, con uno sguardo sicuro e determinato.

Ma dove sta il significato del video? Questa volta ho deciso di non informarmi su Internet: lo farò solo dopo aver ultimato e pubblicato questo articolo, perché questa volta non voglio essere influenzata dalle opinioni degli altri. Dato che il video, per tutta la sua durata, inquadra interamente i due cantanti, riprendendo la stessa scena, il significato sta tutto nascosto nel bodypainting. Giusto prima che la canzone giunga al suo termine, ovvero quando Kimbra ha già cantato e lascia la “parola” a Gotye, la ragazza perde i suoi colori, che vengono, infatti, cancellati. Ho interpretato tutto questo come il segno dell’allontanamento della ragazza dal suo compagno: Gotye, infatti, conserva ancora tutti i colori nel suo corpo. La sua compagna, invece, è qualcuno che lui un tempo conosceva, o, per rifarsi alla canzone, somebody that he used to know.

Da qualche anno a questa parte, Facebook ha raccolto innumerevoli iscritti che, naturalmente, l’hanno piazzato al primo posto tra i social network. In America ha avuto subito il suo bel successo, ma in Italia è stato scoperto parecchio tempo dopo. In che modo il mondo virtuale intratteneva noi italiani, nel frattempo? Dare una risposta non è facile, perché sicuramente le piattaforme virtuali più visitate saranno state numerose, ma, per quanto riguarda gli interessi degli italiani in fase adolescenziale, sono abbastanza sicura che i forum e Messenger andavano per la maggiore.

Chi è abituato a frequentare Internet anche in piccola misura saprà di cosa io stia parlando.

Iniziamo dai forum. Lanciati da Forumfree e Forumcommunity, erano molto popolati, in quanto davano la possibilità di tenersi sempre aggiornati a proposito di cantanti, attori, scrittori, atleti, grafica, adolescenza e… chi più ne ha più ne metta. Gestiti da amministratori, consistevano in una serie di sezioni dedicate a foto, video, news e anche Off Topic. Di solito, un buon forum disponeva di uno spazio, in cui i nuovi arrivati potevano presentarsi e parlare un po’ di sé, e della bacheca per le novità riguardanti la vita del forum e i vari regolamenti. E, infine, per quanto riguarda la pubblicità, i forum potevano chiedersi a vicenda delle affiliazioni o dei gemellaggi, in cambio della pubblicazione di un banner del forum affiliato o gemello, da esporre nella home del proprio.

Adoravo i forum, perché erano delle community vivaci e accoglienti, dove c’era sempre da divertirsi: non mancavano i giochi di ruolo, i contest, le gallery in cui esporre i propri lavori grafici… Eh sì, perché con l’avvento dei forum è scoppiato il fenomeno Photoshop: dal momento che in un forum bisognava curare l’aspetto grafico, gli admin dovevano almeno conoscere le basi di qualche programma grafico. Il più ambito era Photoshop. E i lavori realizzati erano, a mio parere, dei veri e propri capolavori, che un grafico pubblicitario avrebbe certamente apprezzato. Venivano poi caricati nei topic grazie all’uso di programmi per l’hosting delle immagini, che faceva impiego di qualche semplice codice HTML.

Perché sto usando tutti tempi passati? Perché la mia lunga esperienza con i forum è, ahimé, terminata. Il motivo sta in un improvviso abbandono di queste meravigliose piattaforme da parte degli utenti. Penso che sia stato un fatto molto triste: Facebook ha letteralmente spazzato via questi mondi virtuali, ora poco frequentati, rimpiazzati dalle pagine che, secondo me, non hanno tutte le interessanti peculiarità dei forum. Spesso monotone, non danno la possibilità a chi le gestisce di usare la fantasia, poiché sono necessarie una semplice immagine del profilo, una di copertina, un copia e incolla di qualche celebre aforisma per ottenere successo.

Ma questo triste destino è toccato anche a Messenger. Se non l’avevi eri considerato uno sfigato. Ora lo sei se non hai Facebook. Questo significa che prima o poi sarà il turno di qualche altro social network o qualche altra chat che supererà la geniale creazione di Zuckerberg? Non lo so.

Intendiamoci, non voglio incolpare Facebook: come al solito, non è il mezzo a dover essere biasimato, ma l’uso che se ne fa. Ma Faccialibro ha dato una bella stangata (per parlare in termini semplici) anche agli omini della chat. Devo riconoscere, però, che Messenger stesso ha contribuito in parte alla sua stessa rovina. Infatti, chi era iscritto, non solo poteva godere di una chat multifunzionale, veloce, colorata e graficamente perfetta, ma poteva anche scegliere di aprire un blog, facile da gestire e ben realizzato. Anche in questo caso ne sono usciti dei veri e propri capolavori. Fino a che, dopo alcuni anni dalla creazione di Msn, sono arrivate agli utenti delle e-mail in cui si spiegava che entro una certa data il blog o veniva cancellato o era trasferito in un dominio WordPress, che disponeva di blog completamente diversi da quelli messi a disposizione da Messenger: i drastici cambiamenti nella gestione delle impostazioni e dello stile, evidentemente, non hanno convinto i blogger che, in men men che non si dica, hanno rinunciato a continuare la loro avventura.

Insomma, che Facebook abbia rivoluzionato la nostra vita, questo è poco ma sicuro. Ma per tanti come me, anche i forum e Messenger sono stati importanti. Si dice che la speranza è l’ultima a morire: la mia, ovviamente, è quella di poterli vedere emergere di nuovo.

Quando ho ascoltato per la prima volta una cover su YouTube avevo circa la tenera età di dodici anni. In quel periodo ho iniziato a scoprire un po’ tutto il web, dopo la difficile separazione da Prehistorik e Dina Blaster per pc, con cui trascorrevo i caldi pomeriggi d’estate. Mi ricordo di essere rimasta molto colpita dal talento di una certa Esmée Denters, che, in questo video duettava addirittura con Natasha Bedingfield, la cantante di Unwritten, allegra canzone diventata popolare per essere la colonna sonora della pubblicità dello shampoo Pantene. E da quel momento è nata la mia passione per le cover che spopolavano sul Tubo. Mi ricordo di Tiffany Alvord, Alyssa Bernal, Mia Rose, Savannah Outen e molte altre: ragazze acqua e sapone che, anche con una rudimentale webcam, sono riuscite a conquistare enormi numeri di visualizzazioni sul loro canale. Ma non solo: Esmée Denters, ad esempio, ha conquistato anche il cuore di un comunissimo ragazzo come Justin Timberlake, che appare con lei in questo video, mentre ascolta compiaciuto la sua “ragazza” che realizza una cover del suo pezzo storico What goes around comes around, complimentandosi e strappandole un abbraccio amichevole. Come ha fatto Esmée ad arrivare a tanto? È facile. Giusto Justin ha visto qualche suo video ed è rimasto colpito da lei. Non so in realtà se e quanto la faccenda possa essere stata vera. Fatto sta che a Esmée è scappato d’incidere un singolo con il suo amicone Justin, Love dealer.

Ma lei non è stata l’unica a raggiungere una certa fama. Anzi, le altre ragazze sopra citate hanno condiviso con lei la stessa esperienza, nonostante non ci sia stato un altro Justin Timberlake della situazione a dar loro la spinta, una volta salite sul grande trampolino chiamato YouTube.

Sono felicissima per tutti coloro che hanno iniziato a pubblicare qualche cover per finire poi in tour. Ma devo dire che, delle ragazze di cui vi ho accennato sopra, solo Alyssa Bernal è quella di cui ancora oggi apprezzo le cover. Forse alle altre la fama ha dato un po’ alla testa: sembra quasi che si vergognino di cantare una canzone come facevano un tempo, magari con un letto ancora disfatto dietro di loro e una camera in disordine. I software per correggere le imperfezioni vocali, poi, sono usati un po’ troppo: le voci diventano così metalliche e poco naturali. E le webcam? Mentre prima caratterizzavano a pieno le cover, ora sono state rimpiazzate da videocamere professionali e con alte capacità. Ma la cosa, che più di tutte mi scoccia, è vedere delle cantanti poco spontanee, legate molto all’apparenza e con il viso ricoperto di trucco.

Non trovo poi che alcune cantanti di YouTube abbiano chissà quali capacità vocali. Ad aumentare le visualizzazioni ai loro video, infatti, non sembrano essere tanto le esecuzioni, quanto la fama dei pezzi che vengono riproposti, quasi sempre commerciali. A questo punto mi chiedo se chi realizza una cover ami davvero quella canzone che tenta di riproporre.  

È inutile che stia qui a dirvi di guardare tutti questi video per farvi capire quanto, a mio parere, siano parecchio uguali e monotoni: fidatevi delle mie parole. Piuttosto, ascoltate qualche pezzo di Alyssa Bernal (questo è il suo canale), poiché è lei che tiene in mano il testimone delle poche belle cover che si trovano su YouTube e che, ahimé, sono spesso ingiustamente calpestate.    

 

Questa volta ho deciso di proporvi un’intervista. Spero che non sarà la prima: avevo già intenzione di farne alcune prima che aprissi il blog. Il gruppo che mi ha rilasciato questa intervista è quello de “Gli amici dello zio Pecos”, che ringrazio infinitamente per la disponibilità e la gentilezza che mi hanno dimostrato. Spero che questo articolo possa ricompensare almeno un poco la mia riconoscenza! Purtroppo nell’intervista che vi riporterò, ci sarà solo una piccola parte di quello che mi hanno detto: è stato, infatti, difficile selezionare i pezzi da mettere per iscritto, perché il dialogo era tutto molto interessante e meritava di essere trascritto completamente. Spero, tuttavia, che quello che leggerete possa esservi utile per conoscere meglio questo gruppo dallo stile country, emerso ormai da un paio di anni, e che ha avuto molto successo qui nella zona di Ancona, e non solo!

Detto questo, non posso augurarvi che una buona lettura!

Iniziamo con una domanda semplice. Come è nato il vostro gruppo? Vi conoscevate già da tempo?
Thomas: Io e Luca a sedici anni abbiamo deciso di mettere su un gruppo, insieme a Nicola, che suonava la batteria. Intanto Francesco seguiva un altro gruppo qui alle Casenuove. Prende la parola Francesco: Ogni tanto Thomas veniva a suonare con il mio gruppo. Alla fine c’è stata una fusione:  io, Thomas e Luca ci trovavamo a suonare insieme, con un altro batterista che, quando non poteva venire con noi, era sostituito da Nicola.Al tempo suonavamo rock pesante: Jimi Hendrix, i Ramones… Ma non sempre potevamo fare musica così forte e alta: allora Thomas ha iniziato con dei pezzi acustici. Interviene Thomas: Una sera che abbiamo suonato c’era anche Luca. Nonostante il pubblico non avesse gradito molto, il barista si era complimentato con noi.
Nelle altre serate eravamo in tre: io, Francesco e Luca ci chiamavamo “Il buono, il brutto e il cattivo”. Ma, come dice Francesco, il nome era provvisorio.
Il gruppo iniziava a sentire l’esigenza di un vero batterista che sapesse tenere bene il ritmo. Così abbiamo chiamato Andrea, poi sostituito da Nicola perché impegnato con il lavoro.

Ora Francesco mi parla dello stile del gruppo: Ci vestivamo da cowboy, anche d’estate. Una volta abbiamo visto un episodio di “Tom & Jerry”, dove c’era un personaggio, lo zio Pecos, che suonava ed era vestito come noi. E da lì è nato il nome del gruppo, “Gli amici dello zio Pecos”.

Quando avete formato definitivamente il gruppo, avevate già intenzioni serie o lo facevate solo per divertimento?
Thomas: Per puro divertimento.

Vi aspettavate che Il beretto de paja potesse avere una riuscita del genere?
Ho scritto “Il beretto de paja” da ragazzo e mi sono detto che era una canzone davvero brutta – mi spiega sinceramente Francesco – Poi, quando è uscita in un cd fatto dal Consorzio di Casenuove, i miei amici iniziavano ad ascoltarla. Intanto noi la suonavamo sempre durante le serate, per divertimento e perché sapevo che qualcuno la conosceva. Ci siamo resi conto che piaceva non solo qui nella zona di Osimo, ma anche in altri paesi. Ha avuto questo successo perché è un brano comunque divertente, è in dialetto e noi la suonavamo sempre in giro. Poi è esplosa grazie al video realizzato in dodici mezze giornate grazie a un signore di Osimo.

Il successo che ha ottenuto è stato graduale o c’è stato un fatto specifico a determinarlo?
Thomas e Francesco mi spiegano che la canzone è diventata famosa in modo graduale, anche se – afferma Francesco – il video è stato importante per la diffusione. E, come dice Thomas, anche i social network sono stati importanti in questo senso.

Tra le canzoni che suonate, c’è anche una cover di Volta la carta, brano di Fabrizio De André, personaggio di spicco. Chi sono per voi i cantanti da cui trarre ispirazione?
Francesco: Parlando per me, De André non mi piace tanto come Bennato e Battisti. Però noi amiamo arrangiare qualche pezzo, come una canzone di Battisti degli anni ’80, sul nostro stile, che è uno stile tutto nostro.

Potete dirmi qualcosa sugli strumenti che suonate e la passione che vi lega ad essi?
E subito Francesco: Io canto per il patto con Thomas! In famiglia amavamo tutti la musica. Mio padre cantava, accordava pianoforti… Alla fine ho frequentato la scuola di pianoforte. In età adolescenziale sono passato alla chitarra e al canto. Ma non mi piaceva molto cantare, anche se ero costretto a farlo perché non trovavamo nessun altro che lo facesse. Continua Thomas: Di quei due o tre cantanti che erano disponibili, non ce ne piaceva nessuno! Quindi Checco continuava a cantare. Insomma, la voce sua – parlo per me – è bella. Quindi, gli ho detto: “Se tu continui a cantare, io continuo a suonare, altrimenti no!”. E allora lui mi ha risposto: “E allora canto!”.
Riprende Francesco: Poi ho continuato a studiare chitarra e ho frequentato anche un corso jazz che mi ha fatto apprezzare altri generi musicali che prima, quando ero un vero rockettaro, non ascoltavo.
Ora prende la parola Nicola: Io ho iniziato a suonare la batteria, perché mio padre ne aveva portata una a casa. Ho studiato per due anni circa. Poi però ho smesso perché non mi entusiasmava più molto e perché già stavo suonando nei gruppi, di cui uno era quello di Filottrano.
“E tu?”, mi rivolgo timorosa a Luca. Dovevo suonare con il gruppo. Non sapevamo se il basista che c’era poteva suonare. Intanto li ascoltavo quando parlavano di chitarre. Alla fine anche io ho preso quella di mia sorella e ho provato a suonarla. Ma non mi convinceva. Mi sono detto: “Mi sa che voglio suonare il basso”. Mi sono rivolto a Thomas e gli ho detto: “Il basso lo suono io!”. Aggiunge Thomas: Sì, perché alla fine il bassista non poteva più suonare, e noi ne cercavamo uno. Riprende Luca: Poi mi sono messo a studiare molto, per sei anni, perché lo strumento mi piaceva tanto. Una volta ho provato anche a suonare un contrabbasso cinese che avevo comprato. Interviene Thomas, mentre mi mostra il contrabbasso: L’ha suonato a un matrimonio, ha detto che non gli piaceva, e non l’ha ripreso più! Continua Luca: Alla fine suono il contrabbasso, strumento molto difficile, che studio da un paio d’anni.

Chi scrive le canzoni?
Francesco: Le canzoni le scriviamo un po’ tutti. Di solito io e Thomas scriviamo i testi, buttiamo giù le idee e pensiamo alla musica. Poi tutti insieme ci lavoriamo su.

Dove fate le prove e quanto tempo utilizzate per esse?
Le prove le facciamo qui – Thomas indica la sala dove ci troviamo. Ma poco. Interviene Nicola: Anzi, i primi anni non provavamo quasi mai. Riprende Thomas: Facevamo le prove prima di suonare, giusto per stabilire gli accordi. Il repertorio si cambiava dal vivo. Quando vedevi che un pezzo riusciva, allora continuavi a farlo così! Aggiunge Francesco: Adesso ci vediamo una volta a settimana. Proviamo i nostri pezzi, o quelli più difficili. Poi, però, d’autunno, quando suoniamo di meno, e pensiamo di far uscire qualche nuovo disco, allora ci vediamo molto più di frequente. Thomas: Nei giorni della neve, non sono mai uscito di qui!

Dato che questo per voi è proprio un lavoro, non dovete mai sacrificare altri interessi? Vi dedicate completamente al gruppo, alla musica?
Thomas: Parlo per me. Io, sì, mi dedico completamente al gruppo. E Francesco: Questo è un lavoro un po’ particolare. Posso stare tutto il giorno in sala prove e non concludere niente (anche se in realtà tutto serve). Oppure, in altri casi, in pochi minuti mi viene un’idea. Non è vero che bisogna aspettare l’ispirazione. Serve anche un po’ di pratica. Anche se non sembra, il nostro lavoro è molto impegnativo, ma non ci pesa.

Quanto il lavoro che fate, dal momento che è diventato più serio, ha influenzato i rapporti con gli altri? La vostra vita è rimasta tale e quale a prima?
Parlando per me – mi spiega Thomas – la vita è rimasta uguale. Però, purtroppo, non riesco più a organizzare, ad esempio, le feste con la parrocchia come facevo prima. Alcuni vecchi amici li vedo poco. E infatti mi dispiace.
Anche la mia vita non è cambiata quasi per niente. – aggiunge Francesco – Gli amici veri riesci sempre a vederli. Pure io, però, ora non organizzo tanto come una volta gli eventi all’AgriRock. Però in compenso mi fa piacere vedere in giro dei ragazzi che ci chiedono di firmare un disco. Tutto questo succede perché, secondo me, siamo legati da un certo spirito. D’estate suonare diventa più pesante, ma anche alle serate che facciamo troviamo il modo per sdrammatizzare e alleggerire l’atmosfera.

State lavorando a un terzo album. Potete dirmi qualcosa a proposito del suo contenuto, delle canzoni, dello stile…?
Francesco: L’altra sera ci siamo visti e abbiamo iniziato una canzone. Ogni tanto a Thomas vengono delle idee, ma non sono ancora definitive. Stavamo pensando a qualche brano acustico, del tipo “contrabbasso con l’archetto”, e ad altri più movimentati. Per incidere un pezzo, prima si registra la base con la batteria e i vari strumenti, poi io canto sopra. Per questo album, invece, volevamo registrare live, con delle sovraincisioni, in modo che emerga di più il nostro spirito.

Quali sono stati gli eventi di cui siete più soddisfatti e che vi hanno segnato di più?
Thomas: Per me una serata non ti lascia soddisfatto tanto per quanto pubblico c’è, ma quanto per l’atmosfera.
Francesco: Io sono stato soddisfatto dell’evento per il premio Enriquez, non perché abbiamo vinto un premio, ma perché qualcuno ci ha considerato anche per i pezzi più seri che scriviamo, e per cui abbiamo studiato tanto, e non solo per la musica più leggera e divertente.

E quali saranno gli eventi più importanti per questa estate?
Francesco: A Giugno, ad esempio, siamo andati a Roma e a Perugia.
Thomas: Sono state delle belle esperienze, soprattutto perché dare una buona impressione a persone che non ti conoscono, è sempre una soddisfazione. E aggiunge Nicola: E poi è stata bella anche l’idea del viaggio con tutto il gruppo.

E per concludere, ecco alcune delle foto che ho scattato ieri sera al 6° Cerretano Bier Fest.

Questo slideshow richiede JavaScript.